Brindisi: 19 giugno 2010

Era appena trascorso il solstizio d’inverno, a due giorni dal Natale e la città di Brindisi fu attraversata da un corteo lungo e variopinto. 23 dicembre 2009. Il tema o i temi di quel corteo fatto da tanti non è univoco, non c’è una fisionomia precisa. Ci sono tante istanze, tante speranze e tante proteste. In qualche caso solo la voglia di esserci, di testimoniare la propria esistenza in un mondo di invisibili.
A due giorni dal solstizio d’estate, 19 giugno 2010, di nuovo è convocato il serpentone e di nuovo sarà lungo e variopinto, stavolta con qualche idea più chiara e qualche no più netto.
So bene che un microcosmo come quello di Brindisi, piccola provincia di una regione anomala come le Puglie, non può essere eretto a parametro di generalizzazioni per la lettura di fenomeni sociali complessi che in altri luoghi hanno anche altri paradigmi.
E tuttavia ritengo che il conflitto brindisino sia estremamente interessante, costellato di fuochi e contraddizioni, delle mille inspiegabili posizioni e imposizioni, posture e imposture, che si possono avere durante una rivoluzione.
Brindisi è stata città di terra e di mare, massacrata negli anni ’60 del secolo scorso dal mito della industria pesante e dalla logica del “posto” alla Montecatini che ha disarticolato l’evoluzione bracciantile e contadina, costruendo una “classe operaia” di raccomandati e una classe dirigente di clientele. Dieci anni dopo il mito della chimica, costellato di distruzione e di morte, era svanito. Sostituito dal mito dell’energia e da una “classe operaia” ricattata dal fantasma della disoccupazione e usata come corpo contundente per conflitti e carriere politiche, una nuova classe dirigente fatta di corruttele e conservazione ha preso forma.
La scelta pragmatica a volte deborda e diventa amorale, a volte degenera e diventa criminale. Si interiorizza nelle pieghe di ogni ceto sociale e costruisce terreno fertile per l’edificazione della capitale del contrabbando: Marlboro City.
Come sempre una pletora gigantesca di poveracci si arruffano intorno alla nuova giostra, campano di espedienti, si vestono a volte da boss e si credono astuti. Il risultato è una generazione di pregiudicati che passano la loro vita frequentando le patrie galere, ingrassando studi di penalisti e favorendo carriere, politiche e non, di chi è con e di chi è contro.
La “classe politica” dell’emergenza ha preso corpo.
Ovviamente ha avuto il fiato corto, incapace di pensare a soluzioni dei problemi di una città e di una provincia così frantumate e scomposte.
Nel frattempo intorno a donne e uomini di varia estrazione si è aggregato un popolo che vuole contare e decidere, frantumato, polemico e fors’anche maleducato qualche volta. Ma è un popolo che si è stufato di subire imposizioni di capi prezzolati che sottostanno agli interessi di questo o quel padrone.
Un popolo che chiede conto ai suoi rappresentanti istituzionali, che non molla la presa, che rompe le scatole con perseveranza e decisione.
Un popolo vero senza soldi, senza potere, senza tanta organizzazione ma le cui domande sono ineludibili.
Di chi è il territorio di Brindisi? Quali sono le linee di sviluppo economico? Ci si può sostenere la città con le attività portuali, il turismo, il terziario, il distretto aerospaziale e aeronautico e l’agroalimentare?
Io non so dare risposte, ma leggevo, qualche giorno fa, la storia di Maurizio Caranza.
Questo signore diventò sindaco di un comune agricolo, piccolo e soggetto ad emigrazione. Ha inseguito un sogno, ha chiamato il popolo a realizzarlo. Varese Ligure, adesso che Maurizio non c’è più, è la prima città italiana certificata ISO 14001, a zero utilizzo di idrocarburi.
Può un movimento che va dalla Destra Razionale alla Sinistra Irrazionale ottenere risultati paragonabili? Può un movimento concretizzare delle speranze?
Ma Maurizio ha dimostrato che la follia di piccoli Davide può fermare e sconfiggere il pragmatismo di Golia dell’economia di rapina.
Si combattono mille scaramucce al giorno sul territorio di Brindisi, il solstizio è un buon periodo per la battaglia campale. Dalla lunghezza del serpentone e dai suoi colori si misurerà la forza di Davide.
Io ci sarò, per vedere, e provare a raccontare. Per chi c’è, per chi non c’è e anche per chi è contro.
Anche se mi sovviene una citazione da un vecchio film con Celentano e Ninetto Davoli: “chi si estranea dalla lotta, è un gran fijo de …. “

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Pomigliano: La posta in gioco

La vulgata collettiva dei media che vanno da novanta a novanta bolla la posizione della FIOM di Pomigliano come retrograda e inconiugabile con il XXI-esimo secolo. Anche molti oppositori all’attuale regime, specialmente se giovani, tendono a raccontarla in questa maniera. Interessante ed esemplificativo è l’articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 16 giugno.
Nessuno, che io abbia potuto verificare e se qualcuno lo ha fatto mi scuso per la mia ignoranza, ha esplicitato quale sia la posta in gioco che si consuma allo stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco.
Riporto integralmente:

3)Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
1.restaurazione della libertà individuale, nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l’elezione dei consigli di fabbrica, con effettive garanzie di segretezza del voto;
2. ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello legittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative. Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell’incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo è da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entità inferiori all’altra ipotesi.

Per chi se lo fosse dimenticato è il testo integrale del punto 3 del cosiddetto Piano di Rinascita Democratica della Loggia Segreta P2. Gli altri punti sono stati in gran parte realizzati, restano: la dissoluzione della RAI o il suo asservimento, il bavaglio alla stampa e il guinzaglio alla magistratura. Poi il disegno sarà compiuto.
Senza speranza alcuna, nell’immediato, di porvi barriera o rimedio. Le enclave di resistenza, per quanto eroiche, sono divise fra loro, si guardano in cagnesco e sono anche colme di spie e di provocatori. Uno ad uno cadono i baluardi di quello che è stato un paese civile con la Costituzione più bella del mondo. Il dopo si sta disegnando ogni giorno, la situazione è caotica anche tra i vincitori. L’uomo dalla battuta facile che ha comandato la ciurma è tenuto appeso dai suoi. Quando non servirà sarà dato in pasto ai giudici come Mussolini fu dato in pasto ai Volontari di Giustizia e Libertà. Il nuovo assetto non prevede l’esistenza di uomini che si credono immortali. Il Federalismo si scontrerà con i costi della crisi e l’Aspen Club, che ha preso il posto della P2, riprenderà il suo ruolo di motore di decisione nel paese.
Saranno sopportati anche i contestatori ma non la loro organizzazione, saranno finanche finanziati i giullari che sbertucciano il potere ma si agirà senza pietà verso chi lo mette in discussione davvero.
Film già visto, operazione già provata in mille luoghi.
So che i lavoratori di Pomigliano cederanno al ricatto, approveranno l’accordo e la FIOM sarà sconfitta. So che la FIAT farà finta di investire qualcosa a sud, in realtà pagherà in qualche modo la mazzetta ai delegati che hanno firmato e ai loro capi.
Ma so anche che fra non più di due anni Pomigliano dovrà subire una ristrutturazione per la quale sarà ricattato lo Stato come la Fiat ha sempre fatto.
Spero solo che questo paese, le donne e gli uomini di questo paese ritrovino il coraggio e la forza di chi ha saputo opporsi alla barbarie e alla violenza.
Spero che nella diatriba tra Nabucco e Inno di Mameli spunti qualcuno che si metta a cantare Bella Ciao. Vado, mestamente, a fare il collaudo della mia auto, rigorosamente Hyundai, come ho imparato, molti anni or sono, al Ministero dell’Interno del primo Maroni.

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Partigiani e morti sul lavoro

“Chi perde il lavoro ha una vita complicata e difficile, il lavoro permette di vivere bene.” È capitato a tutti di pensarlo almeno una volta. Fors’anche di esprimerlo con le sue parole. Forse lo ha pensato anche Cosimo, lo hanno pensato i suoi compagni di lavoro. Sono le 11.30 circa del 10 di giugno, fa caldo a Brindisi, fa caldo anche alla Sanofi Aventis, Alcuni operai devono fare manutenzione ad un serbatoio. Sanofi Aventis è una “fabbrica modello che rispetta tutte le norme di sicurezza, ecc. ecc.” ma evidentemente il serbatoio non lo sa ed esplode: Cosimo muore e i suoi colleghi giacciono feriti. Incidente sul lavoro, su quella cosa su cui è fondata la Repubblica Italiana.
“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.” Così comincia la Costituzione più bella del mondo. Così ha cominciato l’intervento uno dei convenuti all’assemblea fondativa dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Brindisi. Sono le 20.15 del 10 di giugno 2010, sulle scalinata delle colonne, nella sede di Brundisium.net. Un pugno di persone hanno deciso di ritrovarsi e di organizzarsi nella difesa della Costituzione Repubblicana, grande successo, superato al primo colpo il limite per la definizione di una sezione comunale (venti iscritti) e visione già della possibilità di raggiungere il limite per una sezione provinciale (cento iscritti). Sono soddisfazioni, non siamo pochissimi e nemmeno pochi, siamo frantumati e rifugiati ciascuno nel suo piccolo mondo ma quando è il momento sappiamo ritrovare la forza di agire “come un sol uomo.”
Il nostro coordinatore temporaneo dell’ANPI aveva promesso che faceva il comunicato stampa per l’evento costitutivo, forse lo ha anche fatto. Ma oggi i giornali di Brindisi sono pieni di cordogli per la morte di Cosimo Manfreda. Non manca uno che non si dichiari dispiaciuto e che lo manifesti a gran voce. Forse dovrei farlo anche io ma non mi viene. Ho sentimenti di comprensione per il dolore e solidarietà con la famiglia e gli affetti di Cosimo. Mi auguro che i feriti abbiano un decorso rapido e positivo. Ma poi i sentimenti dominanti sono rabbia e schifo.
Ogni giorno, in qualche fabbrica, in qualche cantiere, in qualche campagna qualcuno ci lascia le penne. Stampa locale che per tre giorni urla le interviste di costernati, indignati, e impegnati e poi avanti con il prossimo. In fondo di operai e manovali ce ne sono a bizzeffe, si sostituiscono presto. La cosa importante è farsi vedere doloranti e immacolati, e dimostrare che, in qualche modo, la colpa dell’incidente è anche e soprattutto del defunto o di entità non definite (distrazione, casualità, anche la concorrenza dei cinesi va bene …)
Ma l’azienda no. Quella è immacolata e solidale, costretta da troppi lacci e lacciuoli e ingessata da troppi vincoli. Bisogna eliminare, semplificare, aiutare l’impresa ad andare avanti. Anche cambiandone il profilo costituzionale.
Una regola facile facile: se mi servi, ti chiamo, fai il lavoro, ti pago e arrivederci. Semplice e logico, come il ragionamento di chi ha capito tutto. Lo ha capito bene l’uomo dalla testa dipinta, l’art. 41 della costituzione va cambiato.
Così recita adesso l’art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”
Ma questo lo sanno in pochi, lo sa chi mette in campo una iniziativa economica. Ecco perché quando ci scappa il morto deve trovare il modo di far vedere che non è colpa sua. Di solito cerca di “comprare” i vivi e calunnia il morto. Nell’era dell’impero dell’Utilizzatore Finale, quello che temo accadrà è questo, come è accaduto per tanti altri. Magari cambiando le leggi in modo da dimostrare che la colpa è di Cosimo e dei suoi compagni di lavoro.
Io credo che difendere la Costituzione vale più di 1000 cordogli, difendere la Costituzione è difendere i tanti morti che si sono fatti ammazzare per scriverla e i tanti morti ammazzati sul lavoro da chi quella Costituzione la ha spesso ignorata e ora la vuole pure cambiare.
Difendere la Costituzione è difendere l’art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
Vedremo nei giorni a venire quanti son pronti a difendere la Costituzione, nei fatti e senza la buffonata da azzeccagarbugli distinguendo Costituzione formale e materiale, la Costituzione è una ed è quella scritta. Il resto è truffa.

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Energia?

“Il problema vero è il benessere, il benessere rovina la tempra e rende tutti inclini al mellifluo e all’inettitudine.” Un mio amico carissimo, con il quale usavamo fare conversazioni lunghissime che mi mancano tanto, recitava questo refrain come una specie di mantra.
Quando le argomentazioni diventano complesse abbiamo bisogno di semplificare noi occidentali. Avvezzi alla cultura riduzionista ed egocentrata tendiamo a linearizzare, a cercare la bacchetta magica, la pietra filosofale, l’elisir di lunga vita e la fonte dell’eterna giovinezza.
So, come sanno in tanti, che un sistema complesso si regge con interazioni complesse e lo si legge dotandosi di una certa complessità di strumenti interpretativi. So, come sanno in tanti, che il consenso si aggrega mediante comunicazioni semplici e suggestive, magari condite con “linguaggio comune” senza farsi velo nell’uso di terminologie estremamente popolari.
Ma se si cerca la verità, o almeno qualcosa che le somigli, occorre un po’ di fatica, occorre smuoversi cerebralmente e, io credo a differenza del mio amico, che il benessere aiuti molto, se ben incanalato.
La prima fatica è la condivisione di punti di partenza, di definizioni comuni. Io sostengo che la definizione di nuovo coincida con la definizione di ex-ignoto, ovvero una categoria della conoscenza piuttosto che di una traslazione temporale.
Nuovo è ciò che si conosce per la prima volta, indipendentemente dal fatto che questo appartenga al futuro o ad un passato che, ammantato dal velo dell’oblio, lo ha celato alla vista.
Un tema planetario, oggetto del confronto di tutti i potenti del mondo, stimola interventi da parte di tanti, molti, moltissimi. Segno di democrazia e di vivacità culturale: il tema dell’energia è, senza dubbio alcuno, questione dirimente. Il problema è che se ne suole parlare con una tendenza alla semplificazione che apre più problemi di quanti ne risolva.
L’ingloriosa fine del ministro nuclearista ha, per il momento, riportato in secondo piano la proposta atomica ma non la ha cancellata dal panorama delle opzioni. La voragine petrolifera apertasi nel golfo del Messico che sta sventrando gigantesche porzioni di oceano e di costa pone il problema degli idrocarburi. Poi ci sono le cose minime e locali: Carbone (Alfieri) poeta brindisino straordinario, e a volte beffardo, mi ha mandato un manifesto con su scritto NO AL CARBONE. Ho pensato ad una burla e invece è una manifestazione sulla questione energetica brindisina: polo ad altissima concentrazione energetica appunto da carbone.
Ancora più minima ma molto interessante è stata una conversazione con una associazione che si chiama Terre Rosse organizzata dalla Fabbrica di Nichi del mio paese: San Donaci.
Sembrano eventi distanti e imparagonabili eppure sono parenti strettissimi. In molti casi la discussione diventa impraticabile perché tutti hanno una “energia da tifare”, come una sorta di campionato di calcio in cui il capo della curva scandisce gli slogan che supporters di ridotta capacità riflessiva ripetono ritmando simpaticamente.
Ho vissuto la mia parte di tifoso e ne sono fiero e orgoglioso soprattutto perché mi ha insegnato a riconoscere il tifo e ad evitare, in ogni modo, di provare ad interloquire seriamente con chi lo pratica. Preferisco parlare di fatti anche se questo modo d’essere spesso conduce alla singolarità e alla solitudine.
Orbene, la discussione sull’energia non può cominciare sempre da “un punto qualunque”. O si affronta globalmente oppure si è in malafede.
E il principio nella produzione di energia è: perché?
Il terrorismo di tutti i tifosi, qualunque maglia indossino, sostiene le paure: la televisione che si spegne, la doccia che si chiude e il gas che non arriva. E l’ansia ignorante prende il sopravvento e la voglia di benessere per l’oggi fa dimenticare i doveri verso il domani. Un po’ come il “siamo tutti evasori” che riunisce nella stessa classe sociale il dentista milionario e il venditore di lumache all’angolo della strada.
Ma il consenso della suggestione è utile, si prende in un attimo e a quattro soldi. Paventando mondi meravigliosi e gratuiti, mischiando senza pudore illusioni e ragioni e facendone un cocktail tanto colorato e seducente quanto letale.
E torniamo alle domande: perché produrre l’energia è la prima, ma ne seguono altre: quale, quanta e dove?
E vengo al particulare. Liquidata la questione nucleare, non in assoluto o per principio ma semplicemente perché il nucleare ha un senso solo dove c’è l’uranio che può essere estratto e trasportato facilmente e, inoltre, si possono usare le miniere dismesse per depositare le scorie; aperto il problema dei combustibili fossili e della necessità di sostituirli al più presto per il loro costo crescente e la pericolosità intrinseca della gestione, oltre che per l’effetto serra; resta il problema delle cosiddette energie alternative.
La cosa più agghiacciante che ho ascoltato è stata questa “un mondo meraviglioso attraversato da una rete gigantesca che trasporta energia elettrica.” Ignorando che la stragrande quantità di energia consumata dall’uomo è di tipo termico e che la più grande delle idiozie compiute dall’uomo è quella di “usare energia termica per produrre energia elettrica che consuma per energia termica” con uno spreco netto, nel migliore dei casi, del 60% dell’energia prodotta, qualche lezione di fisica non farebbe male.
Il punto vero è quello di utilizzare tecnologie evolute, evolutissime, per ridurre al massimo la necessità di energia e ridurne la traslazione. Se reti devono esserci siano connesse solo per distribuire il surplus verso le deficienze, liberando al massimo dalla “schiavitù della rete” i piccoli utilizzatori.
Il fotovoltaico, il mini eolico (a rotori verticali), l’idrogeno, il biogas, il solare termico, la geotermia, e le tante possibilità di produzione devono essere indirizzate al “risparmio del territorio” e alla riduzione dell’impatto ambientale, sostituendo rapidamente gli idrocarburi e il fossile nell’utilizzo sociale e collettivo.
Andrò il 19 a dire NO al Carbone, a Brindisi, ma non perché sono contro il carbone e tanto meno avverso a Carbone, ma solo perché nessuno mi ha mai spiegato tre cose: 1: quali sono stati i vantaggi di un territorio ad ospitare la più alta concentrazione di produzione energetica da carbone d’Italia; 2 – Quale meccanismo strano ha portato una centrale che doveva bruciare 2,5 milioni di tonnellate di carbone all’anno a bruciarne circa 8 milioni; 3 – per quale ragione la Puglia ha una invasività altissima di parchi eolici e fotovoltaici su terreno fertile e tutto questo “alternativo” non ha sostituito una cippa di combustibile fossile?
Una cosa positiva è che i “Ragazzi” di Terre Rosse hanno cominciato a studiare e a fare qualche domanda ma non riescono a incocciare alcuno che riesca a dargli una risposta. Spero che le loro parole possano fare breccia nelle menti ottuse di alcuni tifosi a prescindere, le mie, essendo scritte, manent.

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Israele Fermati!!!

La vita priva di relazioni con il sovrannaturale comunque definito pone alcuni problemi ma ha anche i suoi vantaggi.
Nessuno può accusarti di essere fanatico di questa o quella divinità, o di partecipare al sacrificio umano in ragione di un aldilà tutto da verificare.
In nome di Dio, dello stesso Dio, sia esso detto Yhavé, Allah o Padreterno, da secoli i discendenti di Abramo commettono i crimini più efferati.
Con la stesa barbarie si sono scannati cristiani e musulmani, ebrei e cristiani, musulmani ed ebrei, in tempi di inciviltà e, ahimé, si continua ancora adesso.
L’infamia della Shoah è stato certamente il più grande dei crimini verso un popolo, la decisione di sterminare degli esseri umani per la loro genie. È già successo che ci siano state azioni di sterminio nella storia, per conquista, per vendetta ma mai per semplice appartenenza. Forse Roma agendo verso Cartagine operò nel medesimo modo, ma comunque dopo alterne vicende belliche.
Gli Ebrei sono in credito con l’umanità per molti secoli per quello che hanno dovuto soffrire.
Anche gli Italiani sono in credito con gli Ebrei per l’ignominia delle leggi razziali del regime fascista. E tutti ne portiamo il peso, anche coloro che fascisti non erano e non sono mai stati, anche quelli che aborriscono il regime fascista.
Ora però non può essere che allo Stato di Israele, stato democratico e fortemente religioso, in nome di quel passato sia concesso un comportamento criminale e dello stesso segno di quello che hanno subito verso persone inermi, praticando una “pulizia etnica” in campi di concentramento a cielo aperto.
Gli eventi ultimi, dall’operazione “piombo fuso”, agli “omicidi mirati” di palestinesi accusati di terrorismo, all’assassinio premeditato di diciannove civili appartenenti ad organizzazioni umanitarie di tutto il mondo che portavano beni di prima necessità agli esseri umani che abitano nella striscia di Gaza, si inquadrano in una deriva terribile per il popolo ebraico.
Ogni Ebreo ha diritto alla vita e a professare la sua religione, ma forse il Dio di Abramo ha detto che esiste un solo modo di adorarlo? Il Dio di Israele arma la mano di assassini che uccidono a sangue freddo donne, vecchi e bambini? In nome di quale Dio si rinchiudono in una enclave un milione e mezzo di esseri umani e si impedisce ad altri esseri umani di aiutarli a sopravvivere?
Sono sicuro che in Israele e fuori di Israele esistano tante donne e tanti uomini di buona volontà capaci di fermare l’olocausto di tanti umani di Palestina, di riprendere il dialogo per due popoli e due Stati che possano vivere in pace e liberi. Queste donne e questi uomini hanno il dovere di alzare la voce contro i crimini che compie il loro governo adducendo scusanti prive di ogni credibilità.
Noi siamo amici dei popoli martirizzati, lo fummo degli Ebrei dobbiamo esserlo dei Palestinesi. Fermate il vostro governo amici di Israele o anche voi sarete chiamati, dalla storia, a rispondere dei suoi crimini. Fermatevi finché siete in tempo, Popolo Eletto dal vostro Dio, perché chi si pone al di sopra di tutti avrà tutti contro e sarà ridotto in polvere sparsa dal vento.
E quelle navi rubate, quelle navi delle ONG siano riprese dai governi e portate a Gaza, almeno per fare la volontà di diciannove martiri le cui armi erano parole e azioni di pace.
Questo io chiedo a chi ha orecchie per sentire.

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Le stragi viste da oggi

Ci sono delle situazioni a “comicità intrinseca”. A volte drammatiche per ragione ma davvero ridicole all’istinto. Scagli la prima pietra chi non ha riso vedendo qualcuno cadere malamente da una sedia oppure guardandolo scivolare scompostamente su una buccia di banana …
La stessa sensazione provo nell’ascoltare il mondo politico attuale rispetto alla situazione del paese all’inizio degli anni ’90.
Se non fosse che la “restaurazione italiana” è stata fatta a suon di bombe e di assassinii, di massacri e di omicidi, ci sarebbe quasi da ridere.
Tutte le “novità” che il procuratore Pietro Grasso e il Presidente Ciampi ricordano in questi giorni non sono affatto novità, sono cose note e stranote, usate come scoop e lasciate cadere da un mondo dell’informazione e da un mondo politico impegnati a ricattare e ricattarsi per assumere posizioni di potere e mungere la “vacca-stato”, esattamente come, sostanzialmente in piccolo, facevano e fanno le cosche dei territori lasciati loro in dominio.
Ora la vacca-Italia è quasi esangue, le sue mammelle sono state svuotate da bocche voraci e si tratta di occuparsi della sua salute, di passare da “benefici per amici e amici degli amici” a “sacrifici per i fessi” e tutti cadono dal pero, tutti ignorano o fanno finta di ignorare cose che tutti sapevano e non potevano non sapere, che tutti sanno e non possono non sapere.
Lo ribadisco per l’ennesima volta, non c’è un “patto con la mafia”, ce ne sono molti di patti con le mafie, innovati e riscritti volta per volta. Di questo ne sono testimoni innumerevoli atti giudiziari assolutamente certificati e nemmeno contestati, semplemente nascosti o ignorati.
Le “menti raffinatissime” di cui parlava Giovanni Falcone hanno agito e continuano ad agire per conservare privilegi e potere, non hanno un “disegno eversivo” di destra o di sinistra hanno come unico obiettivo quello dei propri privilegi e di galleggiare con qualsiasi schieramento politico.
Sono Giornalisti, Architetti, Militari, Magistrati, Medici, Avvocati, Burocrati, Commercialisti, Ragionieri, Sindacalisti, Autisti, Operai, Mafiosi, Trafficanti di droga e di armi, spesso ignoti e qualche volta molto noti. Sottobosco di paraculi che si muovono lontano dalla crisi e dal lavoro in qualsiasi forma. Fanno vacanze costose e vivono un tenore di vita ingiustificabile da redditi dichiarati spesso risibili.
Coacervo un tempo diviso, almeno ufficialmente, e che ha trovato in Berlusconi il soggetto politicamente unificante. Grumo che ha trovato inaffidabile la svolta “governista” della sinistra del camper preferendo la clava berlusconiana. Il nemico sempre uguale: chi pensa ad un paese normale piuttosto che ai “bizantinismi” di politici di professione.
Giovanni Falcone doveva essere “sterilizzato” dalla politica, ma Giovanni non si faceva sterilizzare né da un Martelli qualunque e nemmeno dai talebani del giustizialismo. Giovanni sapeva lavorare seriamente, costruiva processi, giudiziari e politici, con lucidità e determinazione. Giovanni non combatteva la mafia, Giovanni lavorava per distruggerla, acquisiva consensi e riusciva a operare da qualunque postazione sempre nella medesima direzione. Rileggo spesso i suoi scritti trovandoli di grandissima attualità:
“Da tempo, purtroppo, assistiamo quasi senza accorgercene alla progressiva dispersione della cultura della giurisdizione ed alla continua erosione dei valori dell’indipendenza e dell’autonomia della Magistratura, e ciò in coseguenza di una serie di reazioni a catena che, partendo da una certa insofferenza per il magistero penale e dalla forte tentazione dei partiti di occupare anche l’area riservata al potere giudiziario, rischia di scardinare l’assetto costituzionale della divisione dei poteri e di svuotare di contenuto la giurisdizione” (Giovanni Falcone – Catania – 12 maggio 1990)
Giovanni, in questa sua splendida relazione, prova a ragionare sulla riforma del codice penale venuta a galla dopo i processi antimafia, riforma che serviva ed è servita (già allora) a garantire impunità agli amici e agli amici degli amici.
Quella relazione si chiude così (riportata in originale):

Credo che qui ci sia la ragione per la quale le “entità” che siedevano e siedono insieme dai tempi dell’operazione Husky hanno deciso di eliminare Giovanni e tutti coloro che potevano intaccare privilegi e poteri di queste “entità”.
Mi viene da ridere che si scoprano adesso e da piangere per quello che è successo. Ma per la miseria non potevate leggere prima le carte? Speriamo che sia la volta buona caro Pietro Grasso, caro Presidente Ciampi e cari amici di Repubblica. Speriamo che questa vicenda non ricada nel dimenticatoio, magari a crisi passata e a “volemose bene” generalizzato.
Lo Stato, per essere credibile, deve far pagare chi ha commesso dei crimini e pagare proporzionalmente ai crimini che ha commesso.
Chi ha depistato, sottovalutato, sottratto prove e confuso le acque deve essere punito, basta che perda quanto ha accumulato con il crimine e invitandolo a cercarsi un posto di lavoro, anche precario …

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I sogni di Brindisi

Sono le cinque del mattino di una domenica di maggio. La città sonnecchia, è silenziosa e immobile sotto un cielo che dal blu savoia vira verso il pervinca diventando carta da zucchero nelle vicinanze del grande disco rosso che s’alza dal mare …
Aria pulita, scendo verso il porto per godere delle infinite tonalità dell’azzurro che a quest’ora si stagliano tra la riva e l’orizzonte per salire in alto dove i primi gabbiani già scorrazzano da padroni.
Silenzio irreale e profumo di aria sottile che viene dal mare.
Ho letto, in questi giorni, di grandi ruote panoramiche e, a volte, i toni sono stati più alti della più alta delle ruote concepite.
Fa parte del gioco la composizione e la scomposizione di pareri vari e variamente autorevoli, qualcuno per autoconvinzione altri per stima altrui.
Nessuno di noi è immune. A volte si sente un impellente bisogno di esprimere la propria opinione, ed è bello che così sia, ed anche i pareri più minuscoli e modesti come il mio credo che abbiano diritto ad essere espressi e magari non ascoltati. Servono almeno a far sentire importanti coloro che ne contestano il valore confortati dall’aver ragione.
E dunque:nella poesia di un mattino di maggio, alle cinque, a piazzale Lenio Flacco stride l’idea di un “ruotone” d’acciaio che si staglia fra la sponda e l’arsenale militare …
Mi fermo, guardo il Casale nell’aria tersa. Quando ero piccolo ho sempre immaginato una teleferica che dalle colonne portava al monumento al marinaio. Una teleferica che si fermava proprio in mezzo al mare e ti lasciava per un momento sospeso con il fiato sospeso …
Poi a una piattaforma in mezzo all’acqua con una mongolfiera legata che ti faceva salire dove vanno i gabbiani …
Poi la terrazza del monumento per vedere gli orizzonti della porta d’oriente.
In alto, sul porto era il mio sogno-bambino.
Forse la ruota non è poi una cattiva idea, non so se sia brutta o meno, ma di obbrobri ne esistono a cominciare dall’arsenale militare per finire ai mille impedimenti che spezzettano il lungomare “privatizzando” alcune aree per ragioni imperscrutabili derivanti da storiche appropriazioni indebite e usucapioni che non hanno alcuna ragione d’essere.
Si fa presto a immaginare la grande ruota che gira lenta, dalle cui cabine ampie e comode si può guardare lontano e, da quote diverse, anche vicino. In giornate di sole e anche nell’uggia che la natura è sempre diversa e varia nei suoi spettacoli.
Attraente. Senza dubbio alcuno. Il punto è come si arriva alla ruota, se per salire in alto bisogna necessariamente impestare l’aria di scarichi di SUV e Jeep e catorci rumorosi e puzzolenti.
L’immaginazione corre e penso che ci si arriva via mare dopo aver lasciato lontano il mezzo motorizzato oppure dopo aver parcheggiato la bici in una rastrelliera o semplicemente a piedi magari scendendo la scalinata ….
E li, per riposare, guardando verso il Casale e sulla terrazza del grande timone c’è qualcuno che ci guarda girare, salito li sopra con un ascensore panoramico. E nell’acqua, giù, battelli carichi di gente serena e allegra si muovono da un seno all’altro. Neonati avidi di latte e d’affetto …
Caspita, sono le sei e un altro sogno si consuma. Però, anche la città del Vino era un sogno fatto sul porto quando venne il Papa. Eppure il Negroamaro Wine Festival c’è stato ed è stato pure molto apprezzato, senz’altro da migliorare ma sicuramente da ripetere ….
Magari Brindisi mi diventa la città dove i sogni, sognati insieme, davvero si realizzano.

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